Transizione ecologica o capitalismo verde? La scelta sul Bivio di Lugnano e il modello di sviluppo che vogliamo

C’è un equivoco che attraversa sempre più spesso il dibattito pubblico sulla transizione energetica, ossia l’idea che ogni progetto legato alle fonti rinnovabili sia, di per sé, automaticamente giusto. È un equivoco pericoloso, perché rischia di trasformare una questione profondamente politica in una scelta apparentemente tecnica, ridotta a un’alternativa semplificata: favorevoli o contrari.

La discussione che ha portato il Consiglio comunale di Città di Castello a esprimere parere contrario al progetto di impianto fotovoltaico al Bivio di Lugnano dimostra esattamente il contrario. Non siamo di fronte a una scelta neutra, ma a una decisione che interroga il modello di sviluppo del territorio, il rapporto tra economia e ambiente, e – soprattutto – il ruolo della democrazia nelle grandi trasformazioni.

Partiamo da un punto che non può essere messo in discussione: la crisi climatica è reale, profonda e urgente. La transizione verso le energie rinnovabili non è un’opzione, è una necessità storica. Ma proprio per questo non possiamo permetterci scorciatoie. Non tutte le soluzioni sono equivalenti, e non tutte le modalità di realizzazione sono accettabili.

Il progetto in esame prevede la realizzazione di un impianto fotovoltaico di oltre 6 MW in un’area tutt’altro che marginale. Parliamo di una porzione di territorio che il Piano Regolatore ha esplicitamente sottoposto a vincolo di tutela paesaggistica, riconoscendone il valore ambientale, storico e identitario. Un’area ad alta visibilità, inserita in un contesto che include luoghi simbolici come il Santuario di Canoscio e il sito della memoria dell’eccidio di Pian dei Brusci, a pochi metri dall’intervento previsto .

Non si tratta, dunque, semplicemente di installare pannelli solari. Si tratta di incidere in modo strutturale su un paesaggio che è parte integrante dell’identità collettiva. La domanda che dunque dobbiamo porci è: quale transizione energetica vogliamo?

Perché esiste un rischio concreto, ormai evidente a livello nazionale ed europeo, che la transizione ecologica venga guidata prevalentemente da logiche di mercato, trasformandosi in una nuova fase di accumulazione economica. Un processo in cui il territorio diventa spazio di investimento e non comunità da tutelare.

È ciò che sempre più spesso viene definito “capitalismo verde”. Un modello che, pur adottando tecnologie sostenibili, continua a riprodurre le stesse dinamiche del passato: centralizzazione delle decisioni, concentrazione dei benefici, marginalizzazione delle comunità locali. In questo schema, l’energia rinnovabile non diventa uno strumento di emancipazione, ma un nuovo terreno di estrazione di valore.

Il caso di Bivio di Lugnano si colloca esattamente dentro questa tensione. Il progetto, presentato da un operatore privato e destinato a immettere integralmente l’energia prodotta nella rete nazionale, si inserisce in una logica industriale che difficilmente restituisce benefici diretti al territorio che la ospita. Al contrario, impone una trasformazione significativa del suolo e del paesaggio, senza un reale processo di partecipazione democratica.

Ed è proprio qui che la questione diventa politica nel senso più pieno del termine.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un progressivo svuotamento del ruolo degli enti locali nei processi decisionali legati all’energia. Procedure accelerate, autorizzazioni centralizzate, strumenti normativi che, pur rispondendo all’urgenza della transizione, rischiano di comprimere gli spazi di autodeterminazione delle comunità. Il Comune, cioè l’istituzione più prossima ai cittadini, viene spesso relegato a un ruolo marginale.

Eppure le scelte energetiche non sono – e non possono essere – meri atti tecnici. Sono scelte che incidono sulla vita delle persone, sulla forma dei territori, sulla distribuzione delle risorse. Sono, a tutti gli effetti, scelte politiche.

Il voto espresso dal Consiglio comunale di Città di Castello, che ha impegnato l’amministrazione a esprimere parere contrario al progetto nelle sedi istituzionali competenti, non rappresenta un rifiuto della transizione ecologica. Al contrario, ne rivendica una versione più avanzata, più giusta, più coerente.

Una transizione che non sia calata dall’alto, ma costruita dal basso. Che non consumi indiscriminatamente suolo di pregio, ma valorizzi spazi già compromessi, superfici industriali, aree marginali. Che non concentri i benefici in poche mani, ma li redistribuisca attraverso modelli energetici diffusi, comunità energetiche, forme di controllo pubblico.

In altre parole, una transizione che non riproduca le disuguaglianze esistenti, ma contribuisca a ridurle.

Perché il punto è esattamente questo: se proviamo a salvare l’ambiente utilizzando gli stessi strumenti economici e le stesse logiche che hanno contribuito a distruggerlo, rischiamo di generare una contraddizione insanabile. Una transizione apparente, che cambia le forme ma non la sostanza.

La sfida che abbiamo davanti è più ambiziosa. Non riguarda solo le fonti energetiche, ma il modello di società che vogliamo costruire.

E su questo terreno non sono possibili scorciatoie.

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