L’intento di questa Agorà è quello di aprire una riflessione attorno a quello che riteniamo essere un tema di prioritaria importanza per la futura sopravvivenza del nostro partito, ossia la questione identitaria.
È innegabile come l’unico carattere identitario che abbia realmente contraddistinto il PD sin dalla sua nascita – oltre all’ovvio richiamo ai valori della resistenza e della costituzione italiana – sia stato l’europeismo (contrapposto al populismo). Questo non è più sufficiente. Non lo è perché l’europeismo in sé, senza una visione della società che vogliamo, non è un valore in quanto tale.
Il Pd è figlio di una stagione in cui si teorizzava che le ideologie erano finite, che servivano partiti aperti, liquidi, senza strutture. A distanza di anni possiamo affermare senza timore di smentita che tutte queste idee erano sbagliate. Un partito non ideologico è una contraddizione in termini, atteso che un’ideologia è un tentativo più o meno coerente di dare risposte alle ampie problematiche connesse all’organizzazione desiderabile o ideale della società. Affermare il contrario significherebbe negare una verità empirica, abbracciando un’errata concezione post-ideologica della società basata per lo più su ignoranza storica, pregiudizi ed egoismo classista.
L’esistenza stessa della diseguaglianza è un fattore che viene ad esistere unicamente per una precisa scelta politica ed ideologica. Contrariamente a quanto affermano le élite economico e finanziarie che dominano il mondo, le diseguaglianze non sono né naturali né necessarie alla stabilità del sistema. Mercato e concorrenza, spread ed inflazione, capitale e salario, stati nazione e migranti, non sono concetti che esistono in quanto tali; esistono in quanto categorie sociali che dipendono interamente dai sistemi legali, fiscali e politici che si scelgono di istituire. Come ogni sistema che nel corso della storia ha generato diseguaglianze, anche il neoliberismo ha il suo grande dogma per giustificarle: la meritocrazia. La diseguaglianza viene accettata, perché conseguenza di un processo libero, nel quale ognuno ha le stesse opportunità di accesso al mercato. In questa accezione i ricchi diventano i più intraprendenti, i più meritevoli, i più utili per la società; una visione questa molto comoda per i privilegiati ad ogni latitudine del mondo di giustificare qualunque livello di diseguaglianza, stigmatizzando chi soccombe per le sue mancanze, vuoi esse di merito, di impegno o di capacità.
La diseguaglianza è dunque prima di tutto ideologica. Il neoliberismo è tanto più meritocratico quanto non può più esplicitamente definirsi censitario; ed i meccanismi di legittimazione dell’ordine sociale sono fortemente all’opera nel sistema dell’istruzione. Sotto la copertura del merito e delle capacità personali, vengono in realtà perpetuati i privilegi sociali, in quanto la parte più svantaggiata della popolazione non possiede gli strumenti con cui viene riconosciuto il merito (come dimostrano ancora oggi i dati relativi al numero di laureati provenienti dalle classi popolari). Rispetto al capitalismo censitario del passato, il privilegio culturale è più subdolo, perché si presenta come il risultato di un percorso liberamente scelto in cui tutti, in linea teorica, hanno le stesse possibilità. La questione dell’ingiustizia nel campo dell’istruzione e dell’ipocrisia meritocratica, continua ad essere oggi uno dei principali fattori su cui si basa la diseguaglianza. L’istruzione universitaria, pur avendo raggiunto una larga parte di popolazione, è rimasta socialmente stratificata ed impostata sulla disuguaglianza, senza affrontare il tema delle risorse che vengono effettivamente destinate alle diverse classi sociali, e metodi di insegnamento che possano realmente garantire la parità di accesso all’istruzione.
Nella narrazione ideologica neoliberista, al dogma meritocratico si aggiunge la glorificazione di imprenditori e miliardari la cui azione filantropica agisce in maniera più incisiva del sistema pubblico. La diseguaglianza viene ideologicamente giustificata attraverso la sacralizzazione dell’opacità finanziaria e del patrimonio “giustamente” meritato.
Il dato reale è che la globalizzazione iper-capitalista ha comportato enormi distorsioni nella distribuzione della ricchezza, che non possono continuare ad essere tollerate e sottaciute sostenendo che la sola cosa che conta sia la crescita complessiva valutata attraverso indicatori come il PIL (che di certo non tengono conto della distribuzione dei redditi e delle proprietà). Come osservato da J.E. Stiglitz, una crescita in cui la maggior parte degli individui sta peggio, la qualità dell’ambiente soffre e la gente deve sopportare ansia ed alienazione, non è il tipo di crescita che dovremmo cercare. La nostra società, fatta di rapporti complessi e, prima di tutto, di persone reali, non può essere ridotta ad una mera società di mercato, che determina lo sfruttamento e l’abbandono del più debole.
Per troppi anni la storia della sinistra, in Italia ed in Europa, nelle sue varie declinazioni ed evoluzioni, è stata segnata da un progressivo senso di smarrimento, come se non riuscisse a trovare la propria ragione d’essere in un contesto globale completamente mutato. Le disastrose esperienze legate al socialismo reale, sono riuscite nell’impresa non da poco di far passare in secondo piano gli enormi danni provocati dalle ideologie globaliste ed iper-capitaliste, provocando una diffusa frustrazione di fronte alla ritenuta impossibilità di creare un’economia giusta ed alimentando un’involuzione identitaria, sovranista e populista che è necessario contrastare.
Dopo 1989, ed ancor prima con la grande rivoluzione conservatrice guidata sin dall’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso da R. Reagan e M. Thatcher, caratterizzata dallo smantellamento di ciò che ha consentito la riduzione delle diseguaglianze nel corso del XX secolo, ossia la progressività fiscale, è come se non ci fosse stato più posto nel dibattito pubblico delle liberaldemocrazie occidentali per il principio dell’eguaglianza. La rivoluzione (o meglio l’involuzione) conservatrice degli anni ottanta del novecento, è stato lo spartiacque decisivo per il proliferare delle diseguaglianze e delle ingiustizie sociali, mai rimesso in discussione dalla politica e dai governi che si sono susseguiti sino ai giorni nostri. come osservato da economisti di fama mondiale del calibro di T. Piketty, la riduzione della progressività nell’imposizione fiscale, unitamente alla voluta opacità e carenza di informazioni tra le amministrazioni fiscali degli Stati, ha contribuito ad un aumento senza precedenti delle diseguaglianze, generando un senso di abbandono tra le classi medie e popolari su cui ha trovato terreno fertile un’involuzione identitaria e spesso xenofoba. Il sistema mondiale rimane strutturato in un sistema gerarchico di poteri impliciti e spesso opachi, contraddistinto dalla fragilità sociale e da una democrazia indebolita, in un quadro che genera di volta in volta nuove tensioni.
La lotta alle diseguaglianze, insieme al cambiamento climatico, sono le principali sfide del nostro tempo alle quali la sinistra progressista e riformista deve dare risposte.
È evidente come la soluzione al problema del riscaldamento globale, od anche una sua attenuazione, richiederà importanti cambiamenti dei nostri stili di vita. Ed affinché tali cambiamenti vengano accettati dalla maggioranza delle persone, è necessario che vengano distribuiti in maniera equa. Ciò tanto più se si considera che oggi sono proprio i più ricchi i responsabili di un’enorme quota di emissioni di gas serra, ed al contempo sono i più poveri che pagano le conseguenze più gravi del cambiamento climatico.
Il paradosso del nostro tempo contraddistinto dai Big data, è l’inerzia della politica nell’esercitare il proprio ruolo, relegata nei confini statali non è in grado di proporre su scala globale soluzioni ai problemi che si impongono.
In compenso le élite economico e finanziare sanno molto bene come agire su scala globale, avendo instituito un sistema giuridico e fiscale transnazionale che permette loro di ottenere (e conservare) guadagni e ricchezze sempre maggiori. Per usare le parole di K. Pistor, il capitale ha saputo codificarsi nella legge per creare ricchezza e diseguaglianza; attraverso la tutela legale codificata per alcune risorse (asset che possono essere proprietà, crediti, invenzioni, stringhe digitali, etc.), queste si trasformano in capitale e generano ricchezza (e diseguaglianza). Con le regole di diritto internazionale privato, gli Stati hanno inoltre abbattuto le barriere legali di ingresso offrendo le proprie leggi a chi le voleva, rendendo più semplice ai detentori di risorse scegliersi le leggi di maggior gradimento, con la garanzia del potere coercitivo da parte dei Tribunali locali di applicarle. L’applicazione di leggi estere come se fossero locali, ha consentito ai capitalisti globali di scegliere le leggi a loro più favorevoli, generando opacità fiscale senza dover rendere conto ai cittadini ed alla politica.
Il rifiuto neoliberista sulla trasparenza patrimoniale, si basa su uno specifico sistema giuridico: la libera circolazione di capitali, unita all’assenza di trasparenza e ad un sistema comune di registrazione e tassazione della proprietà. L’altissima concentrazione di proprietà, unitamente all’opacità finanziaria ed alla concorrenza legale e fiscale tra gli Stati, sono le principali caratteristiche del regime neoliberista mondiale ai giorni nostri.
Le sfide che il cambiamento climatico ci impone, la lotta alle diseguaglianze, la redistribuzione economica e progressività fiscale, non possono dunque che essere affrontati su scala transnazionale; un progetto ambizioso volto al superamento delle distorsioni iper-capitaliste non può che passare attraverso una profonda revisione legale e fiscale del sistema che le ha volutamente generate. La sinistra e le coalizioni riformiste e progressiste non possono più permettersi di perseverare negli errori del passato, inseguendo e spalleggiando assurde regole di competizione fiscale e circolazione di beni e capitali imposte dalle élite economico e finanziare, volte alla totale sottrazione di un controllo democratico.
Non sfugge inoltre come il grande assente dalla rappresentanza politica di oggi sia il lavoro. Infatti, se è vero che la maggior parte dei momenti di progresso sociale e civile negli ultimi due secoli, sono sempre stati associati a spinte propulsive che, in termini più o meno diretti, provenivano dalle organizzazioni sociali e politiche del lavoro in tutte le sue declinazioni, oggi si organizzano soltanto le rappresentanze del capitale. I grandi capitali fortemente ramificati a livello sovranazionale, trovano rappresentanza politica in quelle che si possono definire le forze dogmaticamente globaliste, mentre i piccoli capitali radicati soprattutto a livello nazionale (e spesso in difficoltà) trovano oggi nel populismo sovranista una potenziale rappresentanza politica. Ciò a cui si assiste è una lotta intestina alla classe capitalista che ha ripercussioni generali sull’intera società, mentre il lavoro risulta totalmente ammutolito sul piano politico.
Se vogliamo davvero invertire le politiche che hanno generato le forti diseguaglianze che caratterizzano la nostra società contemporanea, non possiamo più permetterci incertezza e debolezza valoriale. La pandemia ha messo a dura prova il nostro tessuto sociale, e le sfide più impegnative dovranno ancora venire.
Sarà necessaria la presenza di un partito con un profilo identitario forte, che sappia essere guida e protagonista su scala internazionale assieme alle altre forze riformiste e progressiste, e che metta al centro la questione del lavoro, della giustizia sociale ed ambientale e della lotta alle diseguaglianze.
Il PD deve cambiare passo, e deve farlo in maniera radicale. Se rimarremo immobili, identificabili unicamente come la forza politica che “responsabilmente” governa per garantire la stabilità delle istituzioni, perderemo definitivamente la connessione sentimentale con il nostro popolo, già fortemente compromessa dagli errori del passato. Come diceva A. Reichlin, dobbiamo trovare la nostra funzione storica. I grandi partiti non si inventano: hanno senso soltanto se corrispondono ai bisogni del Paese reale.
Per fare questo dobbiamo avere il coraggio di metterci in discussione; e serve un gruppo dirigente forte che, pur nel pluralismo di idee, sappia andare oltre i propri egoismi particolari. Dobbiamo avere il coraggio di ammettere che parte del problema che ha generato debolezza valoriale nel nostro partito, è stato il metodo con cui abbiamo selezionato la classe dirigente, tra enfatizzanti primarie e cooptazione correntizia. La concezione leaderistica che domina la politica basata sul rapporto diretto con il popolo, permeata anche nel nostro partito, ha trasformato quest’ultimo da complesso di cittadini attivi a massa di “Telespettatori”. La spasmodica ricerca di consenso rischia di farci perdere di vista il confine che separa la democrazia dai populismi, basato sulla dialettica tra i corpi intermedi – con un ruolo di proposizione, guida e di indirizzo – e la formazione della volontà popolare.
Alle domande radicali che la complessità della società contemporanea ci pone, non possiamo che dare risposte altrettanto radicali.
Di fronte a queste contraddizioni, dobbiamo avere il coraggio di essere portatori di una nuova visione universalista ed egualitaria credibile, che consenta di affrontare la sfida delle diseguaglianze economiche, delle migrazioni e dell’incombente cambiamento climatico. D’altronde, nella storia dell’Europa, sono state proprio le forze socialiste e progressiste, assieme ad una parte del mondo cattolico, a combattere affinché un modello più egualitario si affermasse nelle società moderne.
E per farlo, oggi, non è più sufficiente la sola dimensione nazionale. La tendenza ad una sempre maggiore interconnessione tra le diverse parti del mondo dovuta ai progressi tecnologici sia nell’ambito delle comunicazioni che dei trasporti, impone il dovere di rivedere il campo d’azione politico ed impostare il tema della lotta alle diseguaglianze e della giustizia sociale su scala esplicitamente transnazionale e globale. Lo scambio istantaneo di testi, suoni, immagini, in tutti i luoghi del mondo grazie al progresso informatico, ha generato un’interdipendenza culturale, sociale, politica ed ideologica senza paragoni nella storia dell’umanità.
Serve dunque un contenitore politico più ampio in cui i partiti riformisti e progressisti dei singoli Paesi possano unire le proprie voci in una sfida che è inevitabilmente globale.
Pertanto, così come siamo entrati a pieno titolo nel PSE ritenendo la casa dei socialisti e progressisti europei la nostra collocazione naturale dove portare avanti la nostra visione di Europa, oggi è indispensabile avere lo stesso protagonismo su scala globale, rilanciando l’idea di una nuova internazionale che riunisca i socialisti ed i progressisti di tutto il mondo, con l’ambizione di invertire in senso egualitario le inique e fallimentari politiche neoliberiste.
Gionata Gatticchi – Promotore dell’Agorà e militante PD Umbria.
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